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Il sistema camerale sardo si candida a co-protagonista della nuova stagione di interventi contro lo spopolamento. Non più opere pubbliche senza domanda economica, ma progetti di filiera, semplificazione radicale e un Osservatorio economico-territoriale condiviso con la Regione.
Il 17 giugno 2026, a Cagliari, l’Assessorato regionale della Programmazione ha convocato il Partenariato istituzionale ed economico-sociale a Sa Manifattura per aprire il confronto sui nuovi indirizzi della Programmazione territoriale. È un metodo che il sistema camerale apprezza e rilancia: che il partenariato economico non sia consultato a valle delle decisioni, ma coinvolto a monte, nella diagnosi e nel disegno delle politiche. Unioncamere Sardegna e le Camere di commercio dell’Isola vi hanno preso parte portando il punto di vista di chi rappresenta oltre 166 mila imprese registrate nei Registri camerali sardi: uno sguardo che non considera la Programmazione territoriale un elenco di opere da finanziare, ma uno strumento per generare economia, lavoro e permanenza delle persone nei territori. È su questo crinale — il passaggio dalla spesa al valore — che si misurerà il successo del nuovo ciclo.
La lezione del ciclo che si chiude: molte risorse, poco sviluppo
La ricognizione avviata dall’Assessorato consegna una fotografia che il sistema camerale condivide e che va letta senza reticenze. Negli ultimi vent’anni la Sardegna ha mobilitato, tra Programmazione territoriale, Strategia Nazionale per le Aree Interne, sviluppo locale e fondi europei, risorse stimabili tra 1,1 e 1,3 miliardi di euro destinate, direttamente o indirettamente, al contrasto dello spopolamento e al riequilibrio territoriale: oltre 90 milioni sulla SNAI, circa 150 milioni attraverso i GAL e lo sviluppo locale, più di 200 milioni in opere infrastrutturali nei piccoli comuni, almeno 130 milioni in misure regionali specifiche, e una quota compresa tra 600 e 700 milioni a valere sui fondi FESR, FSE+ e FEASR a beneficio dei territori fragili.
Eppure i risultati, in termini di ripopolamento e soprattutto di sviluppo economico, sono stati modesti. La capacità di spesa è risultata inferiore alla media nazionale e — ciò che più conta dal punto di osservazione camerale — la componente di attivazione economica è rimasta sistematicamente minoritaria rispetto alla componente di opere pubbliche. Piazze, scuole e impianti sportivi sono stati riqualificati, spesso con interventi necessari; ma in troppi casi le opere non sono state accompagnate da una domanda economica capace di utilizzarle, gestirle e farne fattori di produzione. Il risultato è un patrimonio fisico migliorato dentro territori che continuano a perdere abitanti, imprese e funzioni.
La diagnosi è nota e condivisa con gli studi più recenti: frammentazione delle misure, bonus episodici e non strutturali, assenza di valutazione ex post degli impatti, mancanza di integrazione tra natalità, residenzialità, servizi ed economia locale. La nuova Programmazione territoriale ha senso solo se rompe questo schema: meno interventi, più grandi, più integrati, valutati sui risultati economici e demografici e non sulla sola capacità di rendicontazione.
La demografia è un rischio economico sistemico
Il contesto in cui il nuovo ciclo dovrà operare è descritto da alcuni dati che il sistema camerale porta al confronto, perché la dimensione demografica e quella economica sono ormai inseparabili.
Il tessuto imprenditoriale tiene, ma cambia pelle. Secondo i dati Movimprese elaborati da Unioncamere e InfoCamere, il 2025 si è chiuso in Sardegna con 7.766 nuove iscrizioni a fronte di 6.245 cessazioni: un saldo positivo di oltre 1.500 imprese, che porta lo stock regionale a circa 166-167 mila imprese registrate. È un segnale di vitalità che non va sottovalutato. Ma dentro questo dato aggregato si muovono dinamiche divergenti: crescono i servizi, le attività professionali, l’alloggio e la ristorazione, le società di capitali; arretrano l’agricoltura, il commercio di prossimità e la manifattura, cioè esattamente i comparti che presidiano i territori interni e i centri minori.
La geografia dell’impresa replica la geografia dello spopolamento. L’84 per cento dei comuni sardi è un piccolo comune e 119 comuni contano meno di mille abitanti. Dove chiude l’ultimo negozio, l’ultimo bar, l’ultima impresa artigiana, il presidio economico e il presidio sociale cadono insieme. La rarefazione produttiva delle aree interne non è una conseguenza dello spopolamento: è uno dei suoi motori principali, perché le nuove generazioni emigrano là dove trovano lavoro qualificato e prospettive d’impresa.
Il costo dell’inazione è misurabile. Con un tasso di fecondità sceso a circa 0,9 figli per donna — il più basso d’Italia, che è a sua volta tra i più bassi d’Europa — e un indice di vecchiaia superiore a 250 anziani ogni 100 giovani, le proiezioni indicano per la Sardegna una popolazione sotto 1,3 milioni di abitanti entro metà secolo. Per il sistema delle imprese questo significa: contrazione della popolazione attiva e dei consumi interni, crescente difficoltà di reperimento di manodopera — già oggi le indagini Excelsior segnalano percentuali elevatissime di profili introvabili — e un carico fiscale e contributivo crescente per finanziare un welfare squilibrato. Le sole spese aggiuntive per l’assistenza ai grandi anziani nei comuni sotto i 5.000 abitanti sono stimate, al 2050, in oltre 600 milioni di euro l’anno. Lo spopolamento, in altri termini, è un rischio sistemico per l’economia regionale, alla stregua del dissesto idrogeologico o del rischio climatico, e come tale va trattato dalla programmazione.
Le aspettative delle imprese verso il nuovo ciclo
Che cosa chiedono le imprese alla nuova Programmazione territoriale? Dal dialogo quotidiano delle Camere di commercio con il tessuto produttivo emergono con costanza sei aspettative.
- Centralità dell’impresa negli obiettivi. Ogni progetto territoriale dovrebbe contenere una quota qualificata e vincolante di interventi destinati direttamente al sistema produttivo: aiuti all’insediamento e all’ampliamento, sostegno alle filiere, strumenti per il ricambio generazionale e la trasmissione d’impresa. Le opere pubbliche devono essere funzionali a un progetto economico, non il fine della programmazione.
- Tempi certi e semplificazione radicale. Il primo costo che scoraggia l’investimento nei territori è il tempo amministrativo. Servono procedure standardizzate, sportelli unici realmente operativi, interoperabilità tra amministrazioni e l’impegno a misurare e pubblicare i tempi di attraversamento dei procedimenti, a partire dai SUAP.
- Fiscalità e incentivi territorialmente differenziati. Le esperienze europee più efficaci — dalle Zones de Revitalisation Rurale francesi alle politiche di attrattività dell’Emilia-Romagna — dimostrano che il riequilibrio funziona quando combina esenzioni fiscali pluriennali per chi si insedia nelle aree fragili, contributi all’insediamento e servizi permanenti. Il sistema camerale chiede che il nuovo ciclo sperimenti, nel quadro della specialità statutaria e delle regole sugli aiuti, vere e proprie zone franche di sviluppo per le aree interne, con benefici stabili e condizionati alla permanenza.
- Massa critica e logica di filiera. I micro-interventi a pioggia non spostano i trend. Le imprese si aspettano progetti territoriali di scala adeguata, costruiti attorno a filiere riconoscibili — agroalimentare di qualità, foresta-legno, lapideo, turismo esperienziale, artigianato identitario, economia del mare e delle energie rinnovabili — capaci di aggregare più comuni e più operatori attorno a un obiettivo di mercato.
- Infrastrutture abilitanti: digitale, energia, logistica. Banda ultralarga effettivamente attivata nelle aree produttive e nei centri minori, comunità energetiche e riduzione dei costi dell’energia, logistica di prossimità: sono le precondizioni perché il lavoro da remoto, l’impresa digitale e la manifattura leggera possano localizzarsi fuori dai poli urbani.
- Valutazione degli impatti e continuità. Le imprese pianificano su orizzonti pluriennali: chiedono politiche stabili, monitorate con indicatori economici e demografici a livello di microarea, e la disponibilità a correggere in corsa ciò che non funziona. Ogni euro programmato dovrebbe rispondere a una domanda semplice: quante imprese, quanti occupati, quanti residenti in più genera?
Le potenzialità delle aree interne: un giacimento inespresso
Le aree interne della Sardegna non sono soltanto un problema da contenere: sono un giacimento di opportunità economiche in larga parte inespresse, che la nuova Programmazione territoriale può attivare.
Ci sono l’agroalimentare di qualità e le produzioni identitarie, che hanno margini significativi di crescita sui mercati esteri e nelle filiere turistiche; l’economia del bosco e della silvicoltura, oggi più vicina alla museificazione che alla valorizzazione produttiva, mentre potrebbe alimentare filiere del legno, della biomassa e dei servizi ecosistemici; le energie rinnovabili e le comunità energetiche, che possono trasformare i territori da spettatori a co-titolari del valore generato; il turismo interno e destagionalizzato, capace di redistribuire verso i borghi una domanda oggi concentrata sulle coste e nei mesi estivi; il patrimonio immobiliare inutilizzato dei centri storici, che — se recuperato con strumenti adeguati — diventa un fattore competitivo decisivo: la casa accessibile per i lavoratori e i nuovi residenti che altrove è ormai introvabile.
C’è, ancora, il lavoro da remoto e il cosiddetto neopopolamento produttivo: professionisti, imprese digitali, giovani che rientrano, nuovi residenti attratti da qualità della vita e costi insediativi contenuti. Le esperienze internazionali — dal Giappone, che incentiva con contributi consistenti il trasferimento delle famiglie dalle aree metropolitane ai centri minori, alla Spagna dei programmi di ricollocazione volontaria nei comuni rurali — dimostrano che flussi anche limitati di nuovi abitanti, se accompagnati da lavoro, casa e servizi, riattivano scuole, consumi e imprese. La condizione è che ci sia un’offerta territoriale organizzata: ed è esattamente questo che la Programmazione territoriale deve costruire.
A questa prospettiva si aggiunge un elemento di scenario rilevante: la Commissione europea sta elaborando la Strategia per il diritto di restare, dedicata proprio al contrasto dello spopolamento e degli squilibri territoriali, con specifica attenzione alle isole quali territori con svantaggi strutturali permanenti ai sensi dell’articolo 174 del TFUE. Il sistema camerale sardo ha già contribuito, attraverso la rete europea delle Camere insulari, alla consultazione della Commissione. La nuova Programmazione territoriale regionale dovrebbe agganciarsi esplicitamente a questo quadro: presentarsi a Bruxelles con una strategia regionale coerente significa candidarsi a risorse, sperimentazioni e flessibilità che altrimenti non arriveranno.
Le proposte del sistema camerale: candidatura a co-protagonista
Il sistema camerale sardo non chiede semplicemente di essere ascoltato: si candida a svolgere un ruolo di co-protagonista nell’attuazione della nuova Programmazione territoriale, in piena coerenza con le funzioni che la legge assegna alle Camere di commercio — tenuta del Registro delle imprese, semplificazione amministrativa, digitalizzazione, orientamento al lavoro, sostegno alla competitività, informazione economica — e mettendo a disposizione la propria rete territoriale, le proprie banche dati e, ove possibile, proprie risorse. In concreto, le proposte sono otto.
- Un Osservatorio economico-territoriale per la programmazione. Le Camere dispongono del patrimonio informativo più granulare esistente sul sistema produttivo: Registro delle imprese, Movimprese, bilanci delle società, indagine Excelsior sui fabbisogni occupazionali. La proposta è di metterlo a sistema con i dati regionali in un osservatorio condiviso che fornisca, per ogni microarea funzionale, indicatori di natalità e mortalità imprenditoriale, occupazione, filiere e competenze: la base conoscitiva per la diagnosi territoriale, per la selezione dei progetti e per la valutazione ex post degli impatti, che nel ciclo precedente è mancata.
- Partecipazione stabile alla governance del nuovo ciclo. Il sistema camerale chiede di sedere stabilmente nella cabina di regia della nuova Programmazione territoriale e nei tavoli di partenariato dei singoli progetti, non come invitato occasionale ma come componente del meccanismo di co-progettazione, in rappresentanza trasversale di tutti i settori economici.
- Un programma straordinario di semplificazione nei territori. Le Camere offrono alla Regione e ai Comuni la propria collaborazione su SUAP, fascicolo informatico d’impresa e interoperabilità delle banche dati, con l’obiettivo di fare delle aree interne dei territori a burocrazia leggera: tempi certi, procedimenti digitali, un unico punto di contatto per chi vuole insediare un’attività. La semplificazione è l’incentivo che costa meno e rende di più.
- I Punti Impresa Digitale al servizio delle aree interne. La proposta è di orientare prioritariamente i servizi camerali di assistenza alla doppia transizione — digitale ed ecologica — verso le micro e piccole imprese dei territori in spopolamento: assessment digitali, voucher, formazione, accompagnamento all’e-commerce e alle tecnologie 4.0, anche con sportelli itineranti in raccordo con le Unioni di comuni.
- Competenze e lavoro: un patto territoriale per il capitale umano. Attraverso il sistema informativo Excelsior e le funzioni camerali di orientamento, la proposta è di costruire con la Regione, le scuole, le università e le agenzie formative una mappatura permanente dei fabbisogni professionali per territorio, programmi di orientamento e alternanza nei centri minori e percorsi di certificazione delle competenze, per aggredire il paradosso di territori che perdono giovani mentre le imprese non trovano lavoratori.
- Continuità d’impresa, finanza d’impresa e ricambio generazionale. Nelle aree interne una quota rilevante di attività rischia di chiudere non per mancanza di mercato ma per mancanza di successori. La proposta è un programma regionale per la trasmissione d’impresa — botteghe, esercizi di prossimità, aziende artigiane e agricole — che metta in rete cedenti e nuovi imprenditori, anche giovani e nuovi residenti, con accompagnamento camerale, incentivi dedicati e strumenti di microfinanza. Salvare un’impresa esistente costa meno che crearne una nuova e mantiene vivo un presidio.
- Accompagnamento all’accesso ai fondi e co-finanziamento di misure. Le Camere possono svolgere funzione di assistenza tecnica diffusa alle imprese sui bandi della Programmazione territoriale, del FESR e del FSE+, riducendo il divario di capacità progettuale che penalizza le micro-imprese dei territori fragili. Il sistema camerale è inoltre disponibile a valutare il co-finanziamento di bandi congiunti Regione-sistema camerale su digitalizzazione, internazionalizzazione e turismo, moltiplicando l’effetto delle risorse pubbliche.
- Promozione, turismo e internazionalizzazione dei territori. Gli strumenti camerali di osservazione e promozione turistica e i servizi per l’export vengono messi a disposizione per costruire, dentro i progetti territoriali, azioni di marketing delle destinazioni interne, valorizzazione delle produzioni identitarie e accesso ai mercati esteri, in coerenza con l’obiettivo di destagionalizzare e redistribuire i flussi.
Su queste otto proposte il sistema camerale è pronto a formalizzare la propria disponibilità in un protocollo d’intesa con l’Assessorato della Programmazione, che definisca ruoli, impegni e tempi già nella fase di costruzione dei nuovi indirizzi.
Conclusioni: da una stagione di interventi a una strategia
La ricognizione presentata dall’Assessorato dimostra che la questione non è la quantità delle risorse, ma la qualità e l’integrazione delle politiche. La nuova Programmazione territoriale può essere lo strumento con cui la Sardegna passa da una stagione di interventi episodici a una strategia: una strategia che tratti lo spopolamento come rischio sistemico dell’economia regionale, che metta le imprese e il lavoro al centro degli obiettivi, che misuri i risultati e che si agganci alle opportunità europee che si stanno aprendo.
Le imprese sarde — lo dicono i dati, con un saldo tornato positivo anche nel 2025 — hanno dimostrato resilienza e capacità di adattamento superiori a quelle che spesso vengono loro riconosciute. Chiedono in cambio una cosa sola: condizioni per investire nei territori, anche e soprattutto in quelli interni. Il sistema camerale, per parte sua, non starà a guardare: con i suoi dati, i suoi sportelli, le sue funzioni e le sue risorse intende essere co-protagonista di questo nuovo ciclo, accanto alla Regione e alle autonomie locali.
Non esiste comunità viva senza economia viva, e non esiste contrasto allo spopolamento che non passi per la possibilità, concreta, di fare impresa e trovare lavoro qualificato nel luogo in cui si è scelto di restare.
di Cristiano Erriu, Segretario Generale di Unioncamere Sardegna



