Bollicine antiche per un mercato nuovo

Oltre l’illusione dell’algoritmo: l’Arbitrato nell’era dell’Intelligenza Artificiale
10 Agosto 2026
Oltre l’illusione dell’algoritmo: l’Arbitrato nell’era dell’Intelligenza Artificiale
10 Agosto 2026
Mostra tutto

Bollicine antiche per un mercato nuovo

I vitigni dimenticati della Sardegna e la sfida dei consumi che cambiano: dal progetto AKINAS di Agris agli spumanti di SP.IN.O.V., una strada per tenere insieme mercato, identità e piccoli produttori.

Nel 1897 Sante Cettolini, direttore della Regia Scuola di Viticoltura e Enologia di Cagliari, consegnava all’Annuario dell’istituto il primo elenco ragionato delle uve sarde. Lo aveva compilato tra mille difficoltà, negli anni in cui la fillossera seminava il panico tra viticoltori e cantine, e lo considerava un lavoro provvisorio: si augurava che qualcuno, dopo di lui, potesse un giorno raccogliere materiali più completi. Centoventi anni dopo quell’auspicio ha trovato una risposta concreta nei campi collezione di Agris Sardegna. E la risposta arriva in un momento in cui il vino, a ogni latitudine, sta cambiando pelle.

Un mondo che beve meno

I numeri dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV), pubblicati la scorsa primavera, non lasciano spazio a interpretazioni consolatorie. Nel 2025 il consumo mondiale di vino è sceso a 208 milioni di ettolitri, il 2,7% in meno rispetto all’anno precedente; rispetto al 2018 la contrazione cumulata raggiunge il 14%. Nove dei dieci principali mercati mondiali hanno registrato un arretramento. Gli Stati Uniti, primo mercato del pianeta, hanno perso il 4,3% fermandosi a 31,9 milioni di ettolitri; la Francia è calata di oltre il 3%; la Cina, che solo pochi anni fa sembrava la nuova frontiera, è crollata del 13% in un anno e di oltre il 60% rispetto al 2020.

Le cause sono note e si sommano: prezzi medi elevati dopo tre vendemmie scarse e l’ondata inflattiva, minore potere d’acquisto, un rapporto più prudente delle giovani generazioni con l’alcol, una concorrenza sempre più ampia da parte di altre bevande. A tutto questo si sono aggiunte nel 2025 le tensioni commerciali innescate dalla politica dei dazi statunitensi: le esportazioni mondiali sono calate del 4,7% in volume e del 6,7% in valore, attestandosi a 33,8 miliardi di euro. La produzione, intanto, si è stabilizzata intorno ai 227 milioni di ettolitri, risalendo appena dal minimo storico del 2024, mentre la superficie vitata mondiale si è ridotta per il sesto anno consecutivo.

La diagnosi dell’OIV è chiara anche sul fronte delle risposte: il settore dovrà puntare sempre più su qualità, esclusività e innovazione, inclusi i vini a basso o nullo contenuto alcolico e i nuovi formati di confezionamento. Non si tratta di un ciclo negativo da attendere che passi, ma di un cambiamento strutturale dei modelli di consumo nei mercati maturi.

L’Italia: primo produttore, consumatore più selettivo

L’Italia resta tra i primi produttori mondiali, con oltre 44 milioni di ettolitri, ma l’OIV la cita anche per l’elevato livello delle giacenze e per i tentativi di numerose denominazioni di contenere il potenziale produttivo. Il consumo interno, circa 20 milioni di ettolitri, racconta una trasformazione lunga: secondo Nomisma Wine Monitor, in vent’anni gli italiani sono passati da oltre 29 a meno di 22 milioni di ettolitri. L’export, che per anni ha compensato la contrazione domestica, nel 2025 si è fermato a 7,78 miliardi di euro, con un calo del 3,7% trascinato soprattutto dal mercato americano.

Dentro questo quadro, però, c’è una tipologia che continua a muoversi in controtendenza: lo spumante. Secondo l’Osservatorio del vino Uiv-Ismea, nel 2025 le bollicine italiane hanno superato di nuovo il miliardo di bottiglie prodotte e commercializzate (1,03 miliardi, +1,8%), con volumi quasi triplicati negli ultimi quindici anni. Per la prima volta, a sostenere la crescita non è stato l’export, rimasto sostanzialmente stabile, ma la domanda interna. Negli Stati Uniti gli spumanti sono diventati la prima tipologia di vino italiano consumata, con una quota del 37%. E all’estero hanno perso meno dei vini fermi: -2,5% in valore contro -4,3%.

Le analisi di Circana presentate all’ultimo Vinitaly confermano la tendenza sul mercato domestico della grande distribuzione: bianchi, rossi e rosati fermi tutti in calo a volume, mentre gli unici segni positivi arrivano dagli spumanti bianchi e dagli spumanti rosati, cresciuti rispettivamente del 2,2% e del 3,9%.

Le quattro direttrici della domanda

Se si mettono in fila i dati, emergono con chiarezza quattro direttrici lungo cui si sta riorganizzando la domanda di vino.

Leggerezza. Il consumatore cerca vini meno impegnativi, freschi, con gradazioni moderate, adatti all’aperitivo e al consumo informale. È la stessa spinta che ha decretato il successo degli spumanti e che sta aprendo il segmento dei vini dealcolati e parzialmente dealcolati: dopo il decreto di fine 2025 che ne ha sbloccato la produzione in Italia, l’Osservatorio Uiv-Vinitaly stima per il 2026 una crescita della produzione nazionale del 90%, con una netta prevalenza della scelta spumante rispetto ai fermi. Secondo un sondaggio Swg, l’interesse verso questi prodotti sale al 28% tra i consumatori dai 18 ai 34 anni.

Colore. Il rosato ha smesso di essere un vino stagionale ed è diventato un linguaggio, come dimostrano le esperienze del Chiaretto, del Cerasuolo d’Abruzzo o dei rosati siciliani. Soprattutto nella versione con le bollicine, è la tipologia che cresce di più nella distribuzione organizzata.

Prezzo. Con il potere d’acquisto sotto pressione, il rapporto tra qualità e prezzo torna decisivo. Il consumatore non rinuncia alla qualità, ma la vuole accessibile: la fascia media, sostenuta da una cultura del bere consapevole, è quella che tiene meglio in diversi mercati.

Identità. Proprio perché si beve meno, si sceglie di più. Cresce l’attenzione verso ciò che è riconoscibile, legato a un luogo, a una storia, a un vitigno che non si trova altrove. È qui che la frammentazione ampelografica italiana, a lungo considerata un limite commerciale, diventa un vantaggio competitivo: meno vino, ma più riconoscibile.

La Sardegna, un laboratorio a cielo aperto

Poche regioni sono attrezzate come la Sardegna per intercettare la quarta direttrice. La viticoltura isolana è fortemente identitaria e poggia su vitigni autoctoni che hanno costruito la reputazione dell’Isola: il Cannonau, il Vermentino, il Carignano del Sulcis, accanto a Monica, Bovale, Cagnulari, Nasco, Nuragus, Semidano, Torbato, Moscato. I riconoscimenti delle guide lo confermano: con i 17 Tre Bicchieri assegnati dal Gambero Rosso per il 2026 spiccano, accanto ai grandi marchi storici, le produzioni limitate di piccoli vignaioli che testimoniano una crescita qualitativa diffusa.

Anche sulle bollicine l’Isola ha una storia meno recente di quanto si pensi: il metodo classico è conosciuto in Gallura da un secolo, da quando nel 1925 la Cantina Tamponi di Calangianus diede vita alla versione spumante del Moscato di Tempio. E oggi la produzione di spumanti da vitigni tipici, sia con metodo classico sia con metodo Martinotti-Charmat, è in crescita.

Non mancano però le fragilità. La crisi idrica, particolarmente acuta in alcune aree come la Nurra e il Sassarese, mette sotto stress i vigneti; il rallentamento del mercato statunitense nella seconda metà del 2025 ha colpito anche le bevande sarde; e gli osservatori più attenti continuano a segnalare un deficit di comunicazione, la difficoltà di raccontare in modo efficace un patrimonio che resta in larga parte sconosciuto fuori dall’Isola. A ciò si aggiunge un rischio strutturale: la tentazione di inseguire volumi e standardizzazione, proprio mentre il mercato premia l’opposto.

Il lavoro di Agris: da AKINAS al recupero della memoria viticola

È in questo quadro che va letto il lavoro dell’Agenzia regionale per la ricerca in agricoltura. Il punto di partenza è il progetto AKINAS, parola che in sardo significa «uve» ed è insieme l’acronimo di Antigas Kastas de Ide pro Novas Arratzas de inu de Sardinna: antichi vitigni per nuove tipologie di vino della Sardegna. Finanziato dalla Regione con la legge regionale n. 7 del 2007 sulla promozione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica, il progetto si è svolto tra l’agosto 2012 e il febbraio 2017, abbracciando quattro annate agrarie.

L’obiettivo era colmare un vuoto preciso. Dopo Cettolini, e prima di lui Vittorio Angius, gli studiosi avevano approfondito la conoscenza dei vitigni principali, ma quelli considerati «minori», per diffusione e coltivazione, erano rimasti in larga parte inesplorati, e molte delle varietà citate nelle fonti ottocentesche risultavano probabilmente scomparse. AKINAS ha studiato le accessioni conservate nelle collezioni di germoplasma di Agris, le più importanti dell’Isola, frutto di decenni di raccolta portata avanti dall’agenzia e dagli enti confluiti in essa, e distribuite in tre aziende sperimentali: San Michele di Ussana, che ospita il maggior numero di accessioni sarde, Villasor e Uta. Un’ulteriore area di osservazione è stata assicurata dalla collaborazione con l’Agenzia Forestas, grazie al vigneto didattico e di conservazione impiantato nella foresta demaniale di Pantaleo, a Santadi.

Il metodo ha integrato competenze diverse: la descrizione ampelografica secondo i protocolli dell’OIV, gli studi sulla resistenza alla siccità, l’analisi molecolare del DNA condotta con il Dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze dell’Università di Milano-Bicocca, le microvinificazioni nella cantina sperimentale di Villasor, le analisi chimiche e sensoriali, gli approfondimenti sui precursori aromatici affidati al Centro di ricerca per l’enologia del CREA di Asti. Non sono mancati gli imprevisti: i dati produttivi della prima annata furono in buona parte compromessi dalle incursioni di un nutrito gruppo di cinghiali.

Dal lavoro è emersa una categoria che rappresenta forse il risultato più significativo: quella degli unicum, vitigni per i quali non si è trovata alcuna corrispondenza genetica nelle banche dati internazionali e di cui non si ha notizia fuori dalla Sardegna. Patrimonio genetico che esiste solo qui. Ma l’ambizione del progetto, come ha sottolineato il suo coordinatore scientifico Gianni Lovicu, andava oltre la salvaguardia della biodiversità: si trattava di capire quali di questi vitigni potessero essere utili alle aziende isolane per creare vini capaci di incontrare il gusto del consumatore, o di adattarsi a un gusto che cambia. E, verificata questa possibilità, di avviarne l’iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà di Vite, passaggio indispensabile perché possano essere coltivati e commercializzati.

SP.IN.O.V.: quando la ricerca incontra le cantine

Il passo successivo ha un nome che dichiara apertamente la direzione presa: AKINAS – SP.IN.O.V., Spumanti Innovativi Ottenuti da Vitigni autoctoni. Finanziato attraverso Sardegna Ricerche con le risorse del POR FESR 2014-2020, il progetto ha visto Agris e Sardegna Ricerche lavorare insieme per oltre tre anni, mettendo le proprie competenze al servizio delle aziende vitivinicole interessate a sperimentare la spumantizzazione delle varietà autoctone.

La scelta metodologica è quella del «progetto cluster»: un gruppo di imprese, non necessariamente costituito in forma giuridica, si riunisce attorno a una sfida comune, sperimenta con il supporto di centri specializzati nuovi prodotti e processi, e ne discute insieme i risultati. Una pratica che Sardegna Ricerche porta avanti da tempo e che le indicazioni europee incoraggiano. Nel triennio si sono alternate attività in campo, in laboratorio e di divulgazione, con numerosi incontri con le aziende per confrontarsi sull’andamento delle prove. Hanno aderito oltre venti realtà, tra cui, come riportato nel volume di presentazione, la società agricola Giuseppe Sedilesu di Mamoiada, la Vinicola Contini di Cabras, Su Creccu di Ortueri, 1Sorso di Sorso, le cantine Gostolai di Oliena, Fradiles di Atzara, la Cantina di Mogoro, la Cantina Sociale di Dorgali e la cantina Berritta, le aziende Bellu di Benetutti e Spanu di Esterzili, insieme al Comune di Benetutti. Una geografia che attraversa l’intera Isola, dalla costa oristanese alla Barbagia, dal Mandrolisai al Sassarese, e che unisce cooperative storiche e piccole aziende familiari.

Il lavoro ha messo alla prova sia il metodo classico, con rifermentazione in bottiglia, sia il metodo italiano in autoclave, e ha dato risultati più che promettenti per oltre venticinque vitigni. L’esito è una serie di prodotti prototipo, presentati nel volume dedicato al progetto, che dimostrano la possibilità di ottenere spumanti fortemente caratterizzati. La filosofia è dichiarata: la Sardegna non intende competere sui volumi, ma sulla qualità e sulla personalità.

I vitigni della riscoperta

Tra le varietà su cui si è concentrata l’attenzione figurano nomi che suonano sconosciuti anche a molti appassionati sardi: Alvarega, Argu Mannu, Arvesiniadu, Bianca Addosa, Caricagiola, Cuccuau, Falso Nuragus, Galoppu, Girò bianco, Granatza, Licronaxu, Nasco, Niedda Carta, Nieddera, Nuragus, Pansale (o Monica Bianca), Pascale, Retagliadu, Rosonadu, Saluda e passa, Semidano, Sinidanu (o Cannonau bianco). Nomi poco conosciuti ma che sono altrettante storie di territorio.

Alcuni hanno già un legame riconoscibile con una comunità. L’Arvesiniadu è il bianco del Goceano, ed è significativo che tra i soggetti aderenti al progetto figurino proprio un’azienda e il Comune di Benetutti. La Granatza appartiene alla tradizione delle zone interne, tra Barbagia e Mandrolisai, dove i viticoltori l’hanno custodita per generazioni accanto al Cannonau. L’Alvarega mostra quanto la ricerca genetica possa riordinare la memoria: sotto questo nome sono state ricondotte, grazie all’analisi dei profili molecolari, varietà conosciute localmente come Barriadorja, Gregu biancu e altre uve bianche individuate in diverse parti dell’Isola. La Caricagiola e il Girò bianco, la variante a bacca chiara di un vitigno noto soprattutto nella versione rossa, completano un mosaico che comprende anche varietà rarissime, sopravvissute in pochi filari di vecchie vigne, come Argu Mannu, Bianca Addiosa, Cuccuau, Galoppu e Licronaxu.

Che cosa rende queste uve interessanti per le bollicine? In primo luogo, la capacità di mantenere acidità e freschezza anche in un clima che si fa sempre più caldo, condizione indispensabile per ottenere spumanti equilibrati e a gradazione contenuta. In secondo luogo, profili aromatici originali, che permettono di distinguersi in un mercato dominato da pochi grandi nomi. Infine, la resistenza agli stress climatici, che in una regione esposta alla siccità diventa un valore agronomico prima ancora che commerciale. Non a caso, la presentazione dei risultati ha insistito sull’adattabilità di questi vitigni al cambiamento climatico.

Come incontrare il mercato senza perdere l’anima

Il punto più interessante dell’esperienza SP.IN.O.V. è che risponde contemporaneamente a tutte e quattro le direttrici della domanda.

Alla ricerca di leggerezza risponde la tipologia stessa: uno spumante da vitigno autoctono, raccolto precocemente per preservarne la freschezza, si colloca naturalmente su gradazioni moderate ed è il prodotto ideale per l’aperitivo, il consumo informale, l’abbinamento con la cucina di mare e con i prodotti tipici dell’Isola.

Alla domanda di colore possono rispondere le varietà a bacca rossa, vinificate in rosato e spumantizzate: il segmento che cresce di più nella distribuzione, con il valore aggiunto di un’origine che nessun concorrente può replicare.

Alla sensibilità al prezzo risponde la possibilità di articolare l’offerta: il metodo Martinotti consente di proporre bollicine identitarie a prezzi accessibili e con tempi di produzione più rapidi; il metodo classico, con le sue lunghe soste sui lieviti, può collocare le produzioni più ambiziose nella fascia alta, dove il pubblico è disposto a pagare per l’esclusività e, peraltro possono essere prodotti con costi contenuti a condizione di acquisire le necessarie tecniche.

Alla ricerca di identità, infine, risponde il concetto stesso di unicum. Un vitigno che esiste solo in Sardegna è un argomento di comunicazione formidabile, un racconto che lega il bicchiere a un paesaggio, a una comunità, a una storia agricola. È ciò che il mercato chiede e ciò che la Sardegna ha sempre faticato a raccontare.

Per i piccoli produttori questa strada presenta vantaggi particolari. Le produzioni limitate, che nel mercato dei volumi sono una debolezza, diventano nel mercato dell’identità un segno di autenticità e di rarità. La logica del cluster permette di condividere ricerca, sperimentazione e conoscenze che una piccola azienda non potrebbe sostenere da sola. E il legame con il territorio apre la porta all’enoturismo, alla ristorazione locale, agli eventi: i vitigni minori possono davvero diventare veicolo di promozione e traino anche per i vini «maggiori» e fattore di richiamo nelle principali manifestazioni.

Perché questo potenziale si traduca in reddito, tuttavia, servono alcuni passaggi. Il primo è normativo: l’iscrizione dei vitigni al Registro Nazionale delle Varietà di Vite e la loro inclusione nei disciplinari delle denominazioni, senza le quali la coltivazione resta sperimentale. Il secondo è vivaistico: occorre rendere disponibile materiale di propagazione certificato, perché chi vuole impiantare queste varietà possa farlo. Il terzo è organizzativo: la logica collaborativa sperimentata con SP.IN.O.V. deve tradursi in forme stabili, reti d’impresa, marchi collettivi, strategie comuni di promozione. Il quarto è comunicativo: un patrimonio sconosciuto non vende, e serve un racconto coordinato che porti questi vini sugli scaffali, nelle carte dei ristoranti e nei circuiti turistici. Su ciascuno di questi fronti le istituzioni, dalla Regione alle agenzie, dal sistema camerale agli enti locali, hanno un ruolo da giocare.

Un punto di partenza

Gli stessi ricercatori riconoscono che il lavoro non è concluso. Per molti vitigni il profilo genetico è già noto, ma per la caratterizzazione completa occorre attendere che le piante entrino in produzione. E i risultati ottenuti nelle aziende sperimentali, con tecniche colturali e protocolli di vinificazione volutamente «neutri», potranno essere migliorati in altri ambienti e con pratiche dedicate.

Ma la direzione è tracciata. In un mercato che beve meno, chiede vini più leggeri, guarda al prezzo e premia la riconoscibilità, la Sardegna ha nelle sue vecchie vigne una risorsa che nessun altro possiede. L’auspicio di Sante Cettolini e di Francesco Zedda Piras, storico dirigente della nostra Camera di Commercio, cioè quello di raccogliere col tempo materiali più completi sulle uve sarde, si è realizzato. La sfida ora è un’altra: trasformare quella conoscenza in bottiglie, quelle bottiglie in reddito per chi coltiva la terra, e quel reddito in una ragione in più per restare nei paesi da cui queste uve provengono.

Di Cristiano Erriu

Segretario Generale della Camera di commercio di Cagliari Oristano e di Unioncamere Sardegna

Fonti

  • OIV, State of the World Wine Sector 2025 (comunicato maggio 2026); sintesi AGI, Euronews, Just Drinks, Gambero Rosso
  • Osservatorio del vino Uiv-Ismea, focus spumanti 2025; Osservatorio Uiv su dati Istat, export 2025
  • Circana, analisi presentata a Vinitaly 2026; Osservatorio Uiv-Vinitaly sui vini dealcolati (aprile 2026); Nomisma Wine Monitor
  • Gambero Rosso, Tre Bicchieri 2026 – Sardegna; L’Unione Sarda, articoli su AKINAS – SP.IN.O.V. e sugli spumanti sardi
  • Agris Sardegna – Sardegna Ricerche, volume AKINAS – SP.IN.O.V. Spumanti Innovativi Ottenuti da Vitigni autoctoni (prefazione di G. Lovicu; presentazione di M.A. Serra e R. Cherchi)