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Negli ultimi anni, accanto alla tradizionale impresa orientata al profitto, si è affermata una nuova idea di impresa che mette al centro la persona e le relazioni: un’economia che non separa competitività e solidarietà, ma le intreccia.
Le cosiddette imprese coesive incarnano questa visione: nascono dal territorio, vivono nel territorio e restituiscono al territorio valore sociale, occupazione qualificata, fiducia.
In un tempo di crescente frammentazione, esse testimoniano che l’impresa può essere strumento di prossimità: luogo in cui produrre significa anche includere, educare, custodire. È l’economia che genera legami, quella che la Caritas riconosce come alleata naturale del bene comune.
Il termine impresa coesiva è stato introdotto in Italia da Unioncamere, Fondazione Symbola e Centro Studi Tagliacarne per descrivere una categoria di imprese che, pur potendo operare anche nei mercati globali, fondano la propria forza competitiva sul capitale relazionale: la fiducia, la collaborazione, la cura delle persone e del territorio.
Un’impresa coesiva non misura il proprio successo solo in termini di bilancio, ma nella capacità di generare valore condiviso. È coesiva perché tiene insieme ciò che altrove tende a separarsi: efficienza e solidarietà, innovazione e tradizione, crescita economica e sostenibilità sociale.
Secondo le ricerche camerali, anche nel nostro territorio locale cagliaritano, le imprese coesive sono quelle che intrattengono relazioni stabili e di qualità con i propri dipendenti, clienti, fornitori, istituzioni locali, scuole, università e organizzazioni sociali.
Questa rete di legami produce un effetto moltiplicatore: più fiducia, più stabilità, più capacità di adattarsi ai cambiamenti.
Cinque sono le dimensioni che definiscono la coesione d’impresa:
- Relazioni interne, basate sul rispetto e sulla partecipazione dei lavoratori;
- Relazioni territoriali, che legano l’impresa alla comunità e al paesaggio;
- Relazioni di filiera, fondate su cooperazione e non solo su competizione;
- Innovazione sostenibile, intesa come strumento di progresso condiviso;
- Comunicazione valoriale, capace di raccontare identità e responsabilità.
Le nostre indagini mostrano che le imprese coesive crescono di più, innovano di più, esportano di più, ma soprattutto resistono meglio alle crisi, perché poggiano su un capitale sociale che non si ammortizza. In Sardegna, dove l’economia è fatta di microimprese, di relazioni familiari e di territori fortemente identitari, la cultura della coesione non è un’astrazione, ma una radice antica: il senso comunitario che da sempre accompagna il lavoro, la solidarietà tra generazioni e la custodia dei luoghi.
In un’economia spesso dominata da logiche estrattive e da relazioni impersonali, queste imprese scelgono un’altra strada: quella della restituzione. Ogni loro scelta, dal modo di organizzare il lavoro alla cura per l’ambiente, dalle relazioni con i fornitori ai rapporti con la comunità, produce effetti che vanno oltre il perimetro aziendale.
La coesione diventa così valore territoriale, perché l’impresa si riconosce parte di un ecosistema: contribuisce alla vitalità delle scuole, collabora con le istituzioni locali, promuove cultura e formazione, crea spazi di lavoro dignitosi e inclusivi. In questo senso, l’impresa coesiva è un attore sociale, non un soggetto isolato: un presidio di bene comune, capace di tenere insieme economia e comunità.
Numerosi esempi in tutta Italia mostrano come le imprese coesive favoriscano la rigenerazione dei luoghi, il reinserimento lavorativo, l’innovazione solidale.
Anche in Sardegna molte realtà, piccole aziende agricole, cooperative, imprese industriali, artigiane o turistiche, dimostrano che la competitività può nascere dalla prossimità: dall’ascolto delle persone, dalla collaborazione tra imprese, dalla valorizzazione delle risorse locali.
Questa prospettiva richiama la visione di un’economia che non si misura solo con il PIL, ma con la qualità delle relazioni che produce. Un’economia che considera ogni impresa parte di una comunità più ampia: quella umana.
Molto prima che si parlasse di imprese coesive, in Italia, e in Sardegna in particolare, la coesione aveva già preso la forma della cooperazione sociale. Negli anni Ottanta e Novanta, quando il welfare pubblico mostrava i suoi limiti, nacquero in tutto il Paese esperienze spontanee di solidarietà operosa: gruppi di genitori, educatori, operatori sanitari e parrocchie che si unirono per offrire lavoro, assistenza e dignità a chi era escluso.
Queste realtà presero il nome di cooperative di solidarietà sociale: non erano ancora riconosciute da una legge specifica, ma già agivano come imprese coesive ante litteram.
Riunivano persone, competenze e risorse intorno a un obiettivo comune: trasformare la solidarietà in impresa, fare del lavoro uno strumento di inclusione, restituire autonomia a chi era considerato solo un “problema sociale”.
Con la Legge 381 del 1991, lo Stato ne riconobbe il valore istituendo ufficialmente la figura della cooperativa sociale:
- quelle di tipo A, impegnate nei servizi socio-sanitari ed educativi;
- e quelle di tipo B, dedicate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.
La 381 sancì che anche il lavoro potesse essere un atto di solidarietà e che l’impresa potesse avere, tra le sue finalità, il benessere della collettività.
Queste cooperative, nate dal basso e cresciute nella prossimità, anticiparono di decenni i principi oggi alla base delle politiche europee per l’economia sociale e gli obiettivi ESG.
In Sardegna, il loro impatto è stato profondo: hanno offerto opportunità in territori fragili, creato reti di comunità, dato risposte concrete a bisogni educativi, sanitari e ambientali.
Molte di esse — nelle città come nelle zone interne — continuano oggi a rappresentare una forma viva di impresa coesiva, dove la cura per le persone e quella per il territorio coincidono.
In questa prospettiva storica, si può dire che le cooperative di solidarietà sociale furono le prime “fabbriche di fiducia” del nostro Paese: luoghi dove il lavoro non divide, ma unisce; dove l’economia non è fine a sé stessa, ma strumento di fraternità.
Oggi, dopo la riforma del Terzo settore del 2017 (d.lgs. 112 e 117), l’impresa sociale si è evoluta: accanto alle cooperative, sono nate società, fondazioni e startup sociali, più plurali nelle forme ma unite dalla stessa finalità — generare valore economico e impatto sociale. In questo passaggio si compie la maturazione di un modello che unisce solidarietà, impresa e innovazione .
Negli ultimi anni si è poi diffuso in tutto il mondo un nuovo linguaggio per descrivere la sostenibilità d’impresa: quello dei criteri ESG, acronimo di Environmental, Social, Governance. È la grammatica con cui le aziende sono oggi chiamate a misurare il proprio impatto ambientale, sociale e di governance. Ma, se guardiamo più a fondo, le imprese coesive perseguono da tempo gli stessi obiettivi, pur con un linguaggio più umano e meno finanziario.
L’impresa coesiva, infatti, non agisce perché “deve rendicontare” la propria sostenibilità, ma perché riconosce nel bene comune una parte della propria missione. La tutela dell’ambiente, la qualità del lavoro, la partecipazione delle persone, la correttezza nei rapporti con il territorio sono comportamenti spontanei, non obblighi normativi. L’ESG è una metrica, la coesione è una cultura.
Entrambe indicano la stessa direzione: spostare il baricentro dell’economia dalla mera redditività all’impatto positivo, dall’egoismo competitivo alla responsabilità condivisa.
Ecco che quindi, anche in Sardegna, si sviluppano esperienze che traducono questi principi in pratiche concrete:
- imprese agroalimentari che riducono sprechi e valorizzano le filiere locali;
- cooperative che promuovono inserimento lavorativo e innovazione ambientale;
- aziende turistiche che scelgono la sostenibilità come fattore identitario.
Queste realtà, pur di piccola dimensione, esprimono una responsabilità grande: dimostrano che la sostenibilità non è solo un obiettivo per grandi gruppi internazionali, ma una via accessibile a ogni impresa radicata nel territorio.
In un tempo in cui l’ESG rischia di diventare un’etichetta di facciata, le imprese coesive ricordano che la vera sostenibilità nasce dalla relazione, dal rispetto per le persone e per i luoghi in cui si vive e si lavora.
La Sardegna, per natura e per storia, è un laboratorio di coesione.
La sua economia, fatta di piccole imprese, cooperative, aziende familiari e artigiani, si è sempre basata su reti di prossimità, su un forte senso comunitario e su un patrimonio di relazioni personali che costituisce una vera e propria ricchezza invisibile. In un contesto geografico isolano, dove la scarsità di risorse ha imposto da sempre la collaborazione e la reciprocità, la coesione non è un concetto teorico: è una condizione di sopravvivenza e di sviluppo.
Le imprese sarde che resistono e crescono sono quasi sempre quelle che hanno saputo fare squadra: tra produttori e trasformatori, tra aziende e amministrazioni locali, tra generazioni e territori.
In Sardegna, parlare di imprese coesive significa, in fondo, riscoprire la nostra identità produttiva più autentica: quella che unisce lavoro e comunità, economia e cultura, sviluppo e appartenenza. È un patrimonio che merita di essere riconosciuto come leva strategica per affrontare le sfide del futuro: la transizione verde e digitale, l’inclusione sociale, la lotta allo spopolamento.
La dottrina sociale della Chiesa offre, da oltre un secolo, una bussola per orientare l’economia al servizio dell’uomo.
In questo senso, le imprese coesive rappresentano una traduzione concreta dei principi evangelici applicati al lavoro e all’impresa: la centralità della persona umana; il bene comune e la solidarietà.
Nessuna impresa vive in un vuoto sociale. Ogni decisione economica ha effetti che si propagano sul territorio, sull’ambiente, sulle famiglie. Le imprese coesive ne sono consapevoli e agiscono per restituire valore al contesto in cui operano. Esse non rappresentano soltanto una nuova categoria economica: sono un segno dei tempi, una via concreta per ricomporre le fratture tra economia e società, tra lavoro e dignità, tra impresa e comunità.
Ogni posto di lavoro creato con rispetto, ogni rete costruita tra imprese, ogni scelta che mette al centro le persone, è una forma di ricostruzione sociale.
In questa direzione si muove anche il progetto di impresa sociale “Lavoro Insieme”, promosso dalla Diocesi di Cagliari attraverso la Caritas.
Si tratta di un’iniziativa che incarna pienamente lo spirito dell’impresa coesiva: offrire a persone in difficoltà un percorso di formazione, inserimento lavorativo e accompagnamento umano, trasformando l’aiuto in autonomia e la solidarietà in impresa.
“Lavoro Insieme” dimostra che la Chiesa non si limita a leggere i segni del tempo, ma li abita, costruendo ponti tra carità e sviluppo, tra vangelo e quotidianità. È un modello di economia fraterna che mette in rete parrocchie, enti locali, imprese e cittadini per generare opportunità concrete, restituendo dignità a chi è ai margini.
Perché, come ricordava spesso Papa Francesco, “nessuno si salva da solo”.
E forse, proprio nelle imprese coesive e nei progetti come Lavoro Insieme, si intravede il volto più credibile di un’economia che salva: quella che non lascia indietro nessuno, e che restituisce alla parola lavoro il suo significato più vero: costruire insieme.
Segretario generale CCIAA Cagliari-Oristano



